VISIBILITA’ MUTANTE CON SECONDA PELLE

La fotografia di Silvia Ripoll López

nasce da una immaginazione di insolita eleganza,

archetipo di esperienza figurativa

nella riproposizione di un vissuto

le cui figure si ritrovano concluse

nell’armonia di un arazzo,

trama di musulmani di Spagna.

Forme tenere di colori e scarti vegetali, –

capaci di ricordare e dimenticate

frantumi di reti e legni,

loro malinconie che risalgono in vita da fondali,

vetri e conchiglie che donano ferite,

abbandoni notturni di malinconici davanzali

e monili di naufraghi sospinti sulle spiagge, –

fanno parte, con vaghezza di passanti

in piazze metafisiche, dell’impatto

della coscienza percettiva con la realtà,

dell’autonomia ed eleganza conclusiva

dell’opera, onda lunga di emozioni, forma di figura

e modo di realizzare la composizione.

 

II

Altre immagini floreali, o purità di volti

nell’atto che si mostrano, – primavera

sul volto o sulla schiena, – richiamano

il bello di antica pittura

o il sonno di resti inquieti nel racconto

della loro storia: flusso narrativo che apre un calice,

infiora il pensiero della fronte di eroe,

si effigia in moneta di imperi ancestrali

e ancora da spendere, nel caso della mano

che nasconde l’altra faccia

di cui solo chiromante può svelarne il profilo,

o se rametto fiorito di gelsomino rapito

dal flusso narrativo per adornare

figura di nudo, bellezza e surrealtà, – non apparizione

dell’erotico velato, azzardo dei sensi, –

ma nuda di biancore di marmo,

estasi nel rintracciare musicalità di luce

nel suo giacere, o accompagnare movenze, o porgere le spalle,

poesia di Luis de Gongora, passione che riposa

di disviato pellegrino, in tenebrosa notte,

visibilità mutante con mantello di regina,

riflesso di specchio ferito da schegge

o stagno che culla nuvole e foglie d’autunno.

 

III

Altri occhi guardano rosa di pero delle nostre montagne,

ignote nella notte a margini di strade che costeggiano fiumi;

innestano sentieri che conducono al nulla,

ad altre foglie di oro ramato, trasparenze morte di reticoli,

pastrani di edere su antichità di muri,

nervature secche che tornano a pulsare

offrendosi a pelle di altra stagione:

sono indizi di emozione quando sorprendono

il visitatore dell’archivio di immagini dell’artista.

Lucerna viva che cerca il passo nel labirinto, come colta da morbo,

oscilla; incantata da un connotato semantico,

parola in viaggio da un significato all’altro, si smarrisce.

Colori di Andalusia, piombo, argento di spadini nel petto di madonne,

a lume di luna visionaria offrono altro volto,

anima doppia nella liturgia dell’artista,

vaghezza di oroscopo che lusinga,

esemplare del bello di natura, friatura d’età sopra legni di barche,

fantasmi di fiori di Plinio

che nascendo e morendo vagano da stagione a stagione,

tra insonnie di cespugli

o del verde di tenerezze d’erba quando oscilla:

sono essi e sono loro in fattezza umana

le belle pitture, tatuaggi e sacre stimmate

nel rosso del marmo di S. Marco d’Alunzio

con la vena innocente nella colonna della flagellazione

che l’acqua di fine corsa lava

torcendosi verso il mare.

Altra preziosità di pietra,

da lontananze di poemi omerici

nel bianco statuario di Fidia e privo di armatura,

torna ora con bordi ricamati sulla carne,

nostalgie di Itaca o ferite che non anelano a balsami.

 

IV

Una schiera di immagini cerca collocazione

all’interno di altra lettura

o è matassa di Arianna

in cerca di un senso che vuole essere nominato:

l’uscita dal labirinto

è nel segnale

che semplifichi

quello del linguaggio.

 

V

I ritratti femminili, regine di un tempio lunare

evocate in riservatezze d’estasi

cercano l’eleganza di una estetica,

consultano cartografie e mappe

per mandato ricevuto dall’artista

con definite tinte di inchiostri,

rossi, bluastri e gialli di Spagna, o pompeiani,

tutti in cerca di altra luce che non inganni

il giorno della festa e della vita

col vino ammaliato dalla luna,

dalla parola della poesia

che può dire al labbro del bicchiere

anche i nomi infiniti delle stelle,

tramando inganni perché non conosciuti,

ma gocce perfette ed eterne al mascherone dell’acqua

che disseta desiderio che suona alla conchiglia,

o cristalli che si frantumano

nel nome di umani desideri.

Tra colori d’autunno, a svolta di sentiero

e uscito dal labirinto,

suono di altra vita fa capolino,

poetica del languore, sfuggente luce

che accarezza crepuscoli in attesa della notte

per abbandonarsi, dopo lungo viaggio

al sonno dovuto.

 

 

Capo d’Orlando, novembre 2017

 

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